50000 galeoni di taglia

 

002cat

Sente i passi avvicinarsi e il bussare delle nocche, e si rigira su un fianco, allungando il braccio sinistro sul risvolto delle lenzuola di raso. Strofina la mano destra sugli occhi e poi la porta a tastarsi il lato del viso, seguendo le linee della pelle con i polpastrelli.
     ~ Chissà che ore sono... ~
Si solleva sul gomito sinistro e lascia che il lenzuolo scivoli via dal suo torace, lasciandolo scoperto: sul pavimento d'ebano, accanto al materassino su cui ama riposare, la catenella d'argento dell'orologio da taschino scintilla leggermente nella penombra.
Vede perfettamente, al buio: non è quello il problema.
Il problema è, principalmente, che non ha modo di verificare se effettivamente la parte destra della sua faccia sia ricresciuta nei modi e nei tempi adeguati dopo il piccolo incidente della notte prima.
Sospira e si alza a sedere, stiracchiando la schiena. È ora di alzarsi, ora di colazione.
Infila la camicia nera e sceglie un anello dal cuscino, fa scorrere la cintura nei passanti dei pantaloni e... sì, la giacca di velluto porpora può essere una buona scelta. Toglie da sotto il cuscino la bacchetta d'ebano e la infila nella tasca interna della giacca, prima di passarsi una mano tra i capelli e lisciare con l'altra le lenzuola. Si alza in piedi e porta una mano al soffitto, anch'esso di legno, spingendo lievemente con i polpastrelli.

Non c'è nessuno, nello scantinato che fa loro da base, quando si solleva il coperchio della bara d'ebano e il vampiro emerge, posandosi sul pavimento poco distante e volgendo appena il gesto di due dita al coperchio, che torna al suo posto richiudendosi su quel luogo da cui nessuno è mai uscito vivo. O entrato, vivo, se è per questo.
Passa accanto allo specchio ovale, a grandi passi, e lo sente andare in frantumi. Per l'impazienza di Merlino, devono esserselo dimenticato scoperto un'altra volta... quando impareranno?
Non potersi guardare lo infastidisce, nonostante Catherine che, quando apre la porta ed entra nella libreria, gli viene incontro con un vassoio di cocktail e gli sorride: «Stai benissimo.»
«Mi fido sulla parola - risponde il vampiro, prendendo dal vassoio l'unico calice con lo stelo di vetro rosso. Incantato appositamente, il bicchiere si svuoterà lentamente durante la serata per non lasciare a nessuno il sospetto che il suo proprietario sia nauseato da ogni tipo di cibo e bevanda non appositamente concepita per lui. Queste serate che Catherine organizza per i  clienti "civili" non gli piacciono molto, pensa aggirandosi tra la gente che affolla la libreria, ed a quelle per maghi lui non può di certo farsi vedere, con i tempi che corrono. Il nome di Catherine è ancora pulito, almeno fino a quando l'intera storia dei Red Cats non scoppierà loro in faccia, ma mimetizzarsi è davvero difficile, almeno per lui, Scars e Arabella.
     ~ ...e chissà quando finirà questa storia. ~
Cat sta parlando con una giornalista, il suo sorriso cristallino e lo sguardo assente. «Sì, il negozio apparteneva a mio padre, ma ho ristretto un po' il mio repertorio e la mia rete di fornitori. Sa, non c'è bisogno di un'altra libreria generalista.»

     ~ ...i manuali di erbologia sono sullo scaffale in fondo, quelli di storia della magia nel secondo ripiano a destra, quelli sulle arti oscure, in cantina. ~
«No, ho studiato in Francia. Mia madre era francese.»
     ~ Accademia di magia di Beauxbatons. ~
«Certo, certo, ma che caldo che fa qui dentro! - esclama la giornalista, sciogliendo il nodo della sciarpa e portandola sulle spalle, e una vampata di profumo fruttato si alza dalla pelle scoperta del suo collo.
Alle sue spalle, Harlan si irrigidisce e distoglie lo sguardo, serrando le labbra e mordendosi l'interno della bocca riarsa. «Torno subito...»
     ~ Cat, spero non ti dispiaccia se uso il bagno. ~
Il peso della giornata passata a rigenerare i danni della notte prima gli era piovuto addosso tutto insieme. Dalla tasca interna della giacca toglie una bustina di carta come quella usata dagli alchimisti, piegata in una piccola tasca quadrata: la appoggia sul piano di marmo ed allunga le dita gelide per afferrare il bicchiere dalla mensola sopra il lavabo. La sua stretta tremante manda in frantumi lo spesso cristallo trasparente, e con un'imprecazione in rumeno lascia cadere le schegge nella vasca di maiolica, strofinandosi gli occhi con due dita. Allunga la mano verso la bustina e la apre, spargendo sul piano la polvere rossa che vi era contenuta, prima di gettare un'occhiata alle proprie spalle e chinarsi ad aspirarla. Inizia appena a sentirsi meglio quando la punta di qualcosa si pianta in mezzo alla sua schiena.
«Girati. Lentamente.»
     ~ Che idiota... ~
Non ha bisogno di voltarsi e vederla in viso per sapere che è la giornalista con cui stava parlando prima, ancora in abiti civili, che gli sta puntando addosso una bacchetta.
«Interessante... - sussurra lei, scostando con l'altra mano il bavero della giacca del vampiro e sfilandogli la bacchetta dalla tasca. - vengo per catturare un vampiro e chi trovo?»
Harlan la guarda passandosi la lingua sulla punta di un canino, e quasi rimpiange di non esserle saltato alla gola quando glie n'è venuta voglia. «Non ti pagheranno di più perché sono io, cacciatrice.»
«Non al ministero, magari. - sogghigna, alzando la punta della bacchetta verso di lui. - Ma c'è chi offre 50.000 galeoni. Voltati, tenendo le mani in vista.»
E il vampiro obbedisce, sperando che sia veramente sicura di sé come sembra: abbassa gli occhi sulle schegge di vetro e si concentra, facendole un cenno dell'indice destro.

     ~ Wingardium Leviosa... ~
Spera di riuscire a mantenerle in traiettoria, nel cono d'ombra proiettato dalla propria figura che si frappone tra di esse e la falsa giornalista. Alle sue spalle, la cacciatrice mercenaria punta la bacchetta al suo polso sinistro e glielo avvolge in un giro di catene argentee. Lui sorride, le schegge del bicchiere che fluttuano di fronte al suo volto pallido: torcere il polso imbrigliato in modo da afferrare nel palmo le catene e girarsi sono un solo gesto, la mano libera si protende verso la strega e le schegge di vetro schizzano verso i suoi occhi.
Con un urlo, lei lascia cadere tutto tranne la bacchetta e si protegge con uno schermo ed un gesto obliquo del braccio. Lo vede raddrizzarsi, dalla posizione protesa in avanti, e sollevare la mano destra: la metà degli oggetti da quel lato del bagno viene attratta verso di lui, la bacchetta nera gli salta tra le dita e la donna si trova addosso al vampiro, le braccia dietro la schiena immobilizzate dalle sue stesse catene. «Se avessi la metà della cifra che offrono...», sospira lui, avvicinando la bocca al suo collo.

002scarsQuando Scars entra nel bagno, il vampiro si sta togliendo il sangue dalle dita, una ad una, portando i polpastrelli alle labbra: il viso è un po' meno grigio e ha l'aria di chi si sente decisamente bene.
«Che cos'hai fatto - gli ringhia contro lei, estraendo la bacchetta da un fodero all'interno della manica.
Harlan solleva le mani, mostrando i palmi. «Legittima difesa, giuro.»
La mannara lo fissa sospettosa, prima che una goccia di sangue dal soffitto le cada sulla guancia e di lì sul collo, spingendola ad alzare il viso.
La strega mercenaria la riconosce, la licantropa che tutta la Scozia sta cercando, i maghi oscuri perché fa parte della resistenza e il ministero semplicemente perché è una licantropa e tanto basta. Non riesce né a rallegrarsene né a calcolare a quanto ammonterebbe la taglia se riuscisse a consegnarli entrambi, vampiro e mannara. Lui lascia cadere l'incantesimo che la tiene al soffitto e la lascia sul pavimento, rannicchiata a cercare di fermare il flusso di sangue che esce dai due segni circolari sul collo. Respira affannosamente, emettendo un suono roco, e ha lo sguardo liquido di chi non capisce dove si trovi. «Tutta tua», concede il vampiro, sistemandosi la giacca e avviandosi verso la porta.
«Fai schifo.»
«Scommetto che nemmeno tu hai un sapore decente.»
Scars vorrebbe colpirlo, ma sa che non è possibile. E nonostante questo la irrita in continuazione quel suo contegno, la sua accettazione della realtà di essere un mostro e meritare l'inferno a prescindere da quanto sincere siano le sue intenzioni di difesa e protezione di ciò che al mondo vale la pena difendere e proteggere. Come ci riesce? Lei non riesce a rassegnarsi. E la fa star male il pensiero di essere carne da macello per tutti, un mostro da abbattere: la fa star male perché sente che hanno ragione, e che per quanto faccia lei è e sarà sempre una minaccia da abbattere. Vorrebbe essere meno vile, e consegnarsi, o meno arrogante e rassegnarsi di non poter fare nessuna differenza in quell'assurda battaglia che stanno combattendo. «Oblivion - pronuncia con chiarezza, guardando negli occhi la cacciatrice. È la sua specialità, ironia della sorte: lei che non riesce a dimenticarsi chi è, cosa fa e che cosa si trova a non riuscire a non fare, è bravissima a farlo dimenticare agli altri. Non sa che questa volta qualcosa è andato storto, e non può sospettarlo mentre la giornalista - ora effettivamente convinta di esserlo - si avvia incerta verso l'uscita del bagno.
«Che cosa è successo?», chiede Arabella, avvicinandosi al vampiro appena riemerso.
«Faccio due passi fuori, prima che questa festa diventi un mortorio.»
     ~ Voglio sapere come ha fatto a trovarci, quella stronza... ~
Lei allunga una mano e gli stringe il polso, che vibra di un ritrovato battito cardiaco. «Mi raccomando non fare sciocchezze.»
«Sì, sì...
Io la faccia ai compagni non l'ho mai schiantata.»

 

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~ Expecto patronum ~  

Quando il campanello d'ingresso emette un melodico trillo, Catherine alza gli occhi verso lo specchio accanto alla porta e si dà una sistemata alla vistosa farfalla di raso azzurro che porta tra i capelli. «Buongiorno! - sorride.
La donna che entra dalla porta veste un soprabito scuro e un cappello a larga falda sullo chignon grigio. Posa l'ombrello nella giara d'ottone alla destra dell'ingresso, disegnando sul parquet una striscia d'acqua, e slaccia il cappotto scorrendo con lo sguardo gli scaffali della libreria.
Catherine porta la mano alla brocca e si versa un bicchiere di limpido succo ambrato. «Se posso aiutarLa, chieda pure.»
La donna gira tra gli scaffali, e Cat sa già che è alla ricerca di qualche costoso e bizzarro regalo per un nipote stranamente appassionato di medioevo. «Ieri ho consigliato a tutti quella copia settecentesca del bestiario Aberdeen, ma nessuno ha avuto il coraggio di prenderla... - si limita a commentare, distrattamente, indicando un espositore con un cenno dei grandi occhi azzurri.
     ~ Venduto... ~
«Che fermacapelli particolare. - osserva la signora, mentre già sta riprendendo la carta di credito dalle dita di Catherine. Questa allarga un sorriso radioso, scuotendo i riccioli e facendo tintinnare gli strass cuciti alla farfalla. «Grazie!»
     ~ Offrire caramella alla signora, rassicurare la signora che il volume le sarà recapitato in giornata, ripetere ancora una volta alla signora quanto sia necessario maneggiarli con cura, rimanere appoggiata al bancone con il sorriso finché la signora non esce dalla porta, aspettare che la serratura scatti. E poi, con un occhio allo specchio e allo shopping natalizio su Inverleith Row, aprire la vetrinetta e far fluttuare il prezioso volume nel suo imballaggio, prima che il corriere mi sorprenda di nuovo con la bacchetta in mano e la merce a mezz'aria. ~
Routine. Deliziosa, adorata routine. Non doversi coprire il viso al mattino con un velo di cipria e trasfigurazione per nascondere i lividi bluastri, non dover dissimulare con i clienti "normali" o inventare ridicole scuse per la scarsità di nuovi arrivi. E poi nascondere gli occhi gonfi ad ogni ingresso da Inverleith Row, mentre la lista dei necrologi si allunga, mentre si contraddicono a vicenda giornali i cui soli nomi non si possono pronunciare di fronte a quella clientela in cerca di erbari o racconti di mare. E, ora, non avere nulla di cui gioire per la vittoria.
     ~ Quale vittoria? ~
Catherine sfiora con due dita un piccolo scaffale e questo ruota su se stesso, portando alla luce una piccola credenza: ne toglie un vassoio e alcuni flaconi di cristallo, un vasetto bianco e un tovagliolo di lino, alcuni degli altri oggetti che vi sono accuratamente riposti. Con il tacco delle ballerine di seta fa tornare il mobile a posto e appoggia il vassoio al bancone, posandovi anche il piatto con i biscotti e il un bicchiere riempito di succo alla mela. Va verso l'uscita del negozio e appoggia una mano alla maniglia, ruotandola due volte nella direzione sbagliata: le finestre ai lati si oscurano, così come lo specchio, e l'ingresso si apre, verso l'esterno, sul buio. Regendo il vassoio con una mano, la ragazza porta la sinistra ai capelli e sfila un'asta di legno bianco dall'acconciatura, lasciando cadere sulle spalle i morbidi boccoli modellati giusto quel mattino.
     ~ Lumos ~

*

 

Catherine proietta a terra la tenue luce della bacchetta e cammina attorno al lungo tavolo rettangolare, raggiungendo una gabbia di metallo sul fondo della cantina. Brandelli di lenzuola sono aggrovigliati alle sbarre, una delle quali appare parzialmente divelta dalla base: la luce va ad illuminare ciò che resta del giaciglio, tra i cuscini strappati e le piume dell'imbottitura sparse tutto attorno. Il corpo chiaro di una ragazza, solo parzialmente coperto dagli abiti a brandelli, reagisce stancamente alla luce e si gira su un fianco, emettendo qualcosa tra un sospiro ed un rantolo.
«Come ti senti? - sussurra Catherine, aprendo la gabbia con un colpo di bacchetta ed inginocchiandosi accanto al giaciglio, con il vassoio in una mano.
«A brandelli, Cat...»
Passa le dita tra i capelli della ragazza e sfila folte ciocche di pelo bruno, che si staccano dalla cute senza sforzo. «Mangia qualcosa. È finita.»
«Sì - ride Scars tra i denti, sputando di lato un grumo di sangue. - fino al prossimo mese.» Ha gli occhi azzurri e due labbra che contrastano con i denti perfetti, bianchissimi, ma il viso è solcato trasversalmente da un segno di quattro graffi obliqui, autoinflitti. «Vorrei che almeno coincidesse con il ciclo, per una volta...»
Si guarda la pelle alla punta delle dita, smangiata e strappata, e passa un polpastrello dell'altra mano sul bordo delle unghie spezzate. Sul vassoio, una colazione dolce e l'occorrente per il trucco, insieme ad una boccetta di smalto trasparente e ad una lunga bacchetta di mandorlo, decorata sul manico. «Lascia, faccio io dopo... - alza una mano per fermare Catherine, che sta raccogliendo in un mucchio le piume e i brandelli di lenzuolo. - Gli altri?»
Cat ruba un biscotto dal vassoio dell'amica e le versa una tazza di succo. «Harlan è tornato poco prima del mattino, gli mancava mezza faccia. Ora sta riposando.»
«Cosa? - alza lo sguardo, la mano ferma a mezz'aria in direzione della limetta per le unghie, e Catherine dà un'alzata di spalle.
«È tutta colpa mia.»
«Se Harlan fosse sveglio, ti direbbe di non lusingarti. - scherza Cat, prendendo la spazzola e sedendo sui resti del materasso dietro all'amica. Rade ciocche brune cadono a terra, sulle piume, mentre i capelli di Scars tornano ordinati e luminosi.
Attorno a loro, la cantina è ampia e immersa nella penombra: dalla volta di mattoni, cinque catene scure fanno pendere altrettante lucerne spente, una delle quali penzola al centro del tavolo rettangolare che separa la gabbia dalla porta della libreria. Un'alcova è nascosta da un tendaggio chiaro, in un vano del muro poco distante, e dall'angolo opposto una vasca scavata nel pavimento manda un tranquillo suono d'acqua.
«Muoio dalla voglia di fare un bagno caldo. - si alza Scars, incerta sulle gambe snelle, e brandelli dei vestiti scivolano via dalle sue spalle e dai fianchi.
Cat alza una mano in segno di resa ed esce, andando verso il tavolo. «Fai colazione, dopo. - si raccomanda. Imbocca la porta e la richiude alle proprie spalle, entrando nella libreria. Lo specchio sopra la soglia si stempera d'azzurro, che scioglie il nero, e le finestre quadrate tornano a riflettere il viavai di streghe e maghi in Eye-of-Leith street. Mancano due giorni a Natale e Cat ha appeso una ghirlanda di vischio e sfere di vetro: tra le foglie e sul vetro, piccoli bozzoli luminescenti diffondono un delicato chiarore e Catherine ne sfiora uno con la mano, ripensando a quelle larve che stanno per spiccare il volo. Tiene una festa la sera della vigilia, lì al Golden Key. La nascita delle fate è solo una delle sorprese che ha preparato, ma le piacerebbe essere in uno stato d'animo migliore. Quello non è stato un anno piacevole per nessuno, l'estate è stata particolarmente dura e l'autunno non ha portato quei miglioramenti in cui si sperava.
Sospira e sistema una candela sul bancone della cassa, riflettendo se sia o meno il caso di riempire la ciotola con le gommose rosse e dorate, quando un corpo sfonda il soffitto di legno e si schianta con la schiena sul bancone, in una nuvola di polvere e schegge.

*

«I miei genitori si sono conosciuti esattamente così, lo sai? - si china Catherine, scostando una ciocca di capelli color rame dal viso della ragazza.
Arabella rotola sulla schiena e spinge di lato la libraia, stringendo la bacchetta nel pugno destro. Una nube scura plana su di loro, attraverso lo squarcio nel tetto, e la fiamma della candela si spegne insieme al sole che penetra attraverso le finestre. Con uno stridio, i bozzoli di fata si chiudono su se stessi e il loro chiarore si spegne, mentre il calore viene succhiato via dalla stanza.
La mano ossuta, che si protende dalla nube scura, viene assalita da una nuvola di farfalle azzurrine che si sprigionano dalla bacchetta di Arabella. I fiocchi di luce si scontrano contro la superficie morta dell'artiglio e alcune di esse esplodono, sfrigolando insieme alla pelle della creatura. Una nuova ondata di farfalle esplode dalla bacchetta, quando Catherine afferra la mano di Arabella e la stringe: la creatura emette uno stridio ed abbassa l'artiglio, schermandosi l'ombra del volto dal chiarore che lo assale. Si solleva dalla scrivania ed spicca il volo attraverso lo squarcio nel tetto, risucchiato come il fumo dalla cappa del camino.
I bozzoli di fata sospirano, la candela si riaccende e sul pavimento di legno tornano a disegnarsi i due quadrati del sole che entra dalle finestre.
Arabella si strofina la fronte con la mano che ancora stringe la bacchetta e si lascia cadere su una sedia. Catherine appoggia una mano sulla scrivania e vi sale in ginocchio, iniziando a riparare il soffitto con un movimento fluido della bacchetta. «Hai qualcosa di rotto?»
«Per te è tutto normale, vero? - scuote la testa Arabella, massaggiandosi un polso.
Catherine scende con un piccolo salto e le passa il dorso di due dita sulla fronte, scostando una ciocca dei capelli scompigliati. «Succo di zucca?»
     ~ Lo so, Belle, lo so... piacerebbe anche a me... e lo so che ti sembra tutto assurdo... e che ti senti sola... e che fa troppo freddo per il succo di zucca... e che ti dà fastidio se ti leggo nel pensiero, lo so, lo so... ~
Arabella fa un cenno infastidito con la mano, prima di prendere la tazza e bere d'un sorso il distillato ambrato, che spande nel suo corpo una sensazione di dolce benessere. «Questa tua roba è una specie di droga.»
     ~ Non sai quanto... Lo so che sei stanca... sì, ti ho già preparato il letto... ~
«Senti... Harlan è rientrato?»
Catherine indica la porta d'ingresso con due dita della mano destra, riordinando le tazze con la sinistra.
«E... gli posso parlare?»
Sorride, alzando gli occhi. «Se riesci a svegliarlo...»

*

Entrando nella cantina buia, Arabella agita la bacchetta e fa accendere in successione le cinque lucerne, che illuminano di luce rossastra le volte di mattoni. Fasciata in un asciugamano di spugna bianca, Scars sta entrando in un paio di stivali arancioni di vernice, gocciolando sul pavimento e osservando il proprio riflesso nel grande specchio ovale accanto alla vasca. Sulle sue spalle spiccano i lividi bluastri delle sbarre - deve averci sbattuto contro - e il graffio con cui si è squarciata il viso continua sul petto attraverso la clavicola fino quasi al seno.
Le due si salutano con un cenno, e Scars lascia cadere l'asciugamano, allacciandosi una minigonna nera e inflandosi prima in un top aderente e poi in un maglione bianco. «Buona fortuna. - ironizza, passando accanto ad Arabella per lasciarle libera la sala.
La ragazza si scompiglia i capelli color rame con un moto nervoso del capo. «Ma non si diceva in bocca al lupo
La porta d'ingresso che si richiude copre in parte il ringhio e l'insulto della licantropa.
     ~ Stronza... ~
Arabella raccoglie da terra l'asciugamano umido e lo getta verso il mucchio di stracci e piume accanto alla gabbia. Va a coprire lo specchio con un telo bianco e alza la bacchetta, per ammorbidire la luce delle lampade: con cura passa lo sguardo nello scantinato e strofina le dita sulla fronte, alla base dei capelli scompigliati, prima di muovere due passi in direzione dell'angolo più in ombra. «Harlan...»
La cassa di legno scuro, ebano come la sua bacchetta, ha il coperchio perfettamente a posto. Accanto, nota Arabella inginocchiandosi sul pavimento, una traccia di sangue conduce fino ad una delle borchie argentate. «Harlan, andiamo.» La strega si siede sulla superficie di legno, passandovi sopra le dita con leggerezza. «Dai, lo so che sei sveglio.» Si alza, si allontana di due passi, si volta. «Vieni fuori: non l'ho fatto apposta. Ho sbagliato mira.»
Bella tende l'orecchio per cercare di cogliere un suono, un qualunque cenno dall'interno di quel giaciglio sigillato. Per un istante è tentata di afferrare il coperchio e sollevarlo. «Vieni fuori! Harlan, mi stai facendo preoccupare. Lo so che non dormi ancora.»
     ~ Non l'ho fatto apposta, maledizione. Ti sei messo in mezzo. Che sarà mai? Tanto ti rigeneri... ~
«Stai proprio dormendo, eh? - sospira, mordendosi il labbro inferiore. - Ok...»

 

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AMBIENTAZIONE

L'azione si svolge in due città: Londra ed Edimburgo.

Queste due città, più di tante altre, sono soggette all'ondata di riflusso di Mangiamorte e creature magiche malvagie che, nonostante la sconfitta di Voldemort, vogliono sfruttare il panico e il senso di sottomissione che i cittadini ancora provano nei confronti dell'Oscuro Signore.

Due "bande" di ragazzi, inconsapevoli dell'esistenza l'una dell'altra, combattono nelle due città per sconfiggere quelli che sembrano essere gli ultimi reietti di una società ormai sconfitta.

Sebbene a Londra, sede del Ministero della Magia, le strade siano ormai considerate sicure, i Black Angels sanno che non è così, Considerati solo dei poveri vaneggianti dagli Auror, forti della recente vittoria riportata, i ragazzi si muovono cauti per la città, spesso incrociando proprio quei nemici che il Ministero si fregia di aver sconfitto.

Ad Edimburgo, i Red Cats devono fare i conti con una popolazione magica ostile e diffidente,  e con una babbana inconsapevole di ciò che, in realtà, sta succedendo.

Sorge quindi il dubbio...e se fin'ora si fosse sbagliato a lasciare i Babbani all'oscuro dell'esistenza del Mondo Magico, così vicino al loro da risultare quasi indistinguibile?

Possibile che la soluzione definitiva ai problemi di entrambe le popolazioni derivi dall'unione tra le stesse?

 

MONDO MAGICO

Londra, Edimburgo, Parigi, Roma, Praga...tutte le capitali del mondo, sedi dei Parlamenti e dei Regnati dei vari paesi ospitano, a loro insaputa, anche le sedi del Ministero della Magia, che ha diramazioni ovunque. Auror, creatori di bacchette, venditori di manufatti ed oggetti più o meno legali e legittimi, professori, studenti...Tutte queste persone vivono e convivono fianco a fianco con i Babbani, operando nel loro mondo segreto, tirando le fila di una società tanto sconosciuta quanto potente.

 

MONDO BABBANO

Babbano è, per definizione, colui che non è dotato di capacità magiche. Queste persone, che nel mondo sono la stragrande maggioranza, ignorano la presenza dei Maghi, intenti ad assicurarsi che i loro affari, di qualunque natura siano, vadano a buon fine. I Babbani ignorano ciò che accade di fianco a loro, nel sottosuolo delle loro città, nei piani più alti dei loro palazzi.

 

LINK UTILI

Lexicon

H.P. Enciclopedia

Wikipedia

 

IMMAGINI

Diagon Alley - Mappa

Edimburgo - Mappa

 

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